Un presunto sistema di infiltrazione mafiosa, corruzione e truffa aggravata ai danni dello Stato avrebbe interessato una parte della ricostruzione post-sisma nelle Marche. È quanto emerge dalla maxi operazione denominata “Ricostruzione”, eseguita dalla Guardia di Finanza di Ancona su delega della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Ancona.
L’inchiesta, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia con il supporto della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, ha portato all’esecuzione di un’ordinanza cautelare nei confronti di numerosi indagati in diverse regioni italiane. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ancona ha disposto la custodia cautelare in carcere per otto persone, mentre altre cinque saranno sottoposte a interrogatorio preventivo.
Contestualmente sono stati eseguiti sequestri preventivi per oltre 57 milioni di euro e il sequestro impeditivo di tre società. Oltre cinquanta tra perquisizioni e acquisizioni documentali hanno interessato pubblici ufficiali, enti pubblici, professionisti e imprenditori nelle province di Ancona, Macerata, Pesaro Urbino, Fermo, Roma, Caserta, Napoli, Reggio Calabria, Modena, Terni, Chieti, Treviso e Piacenza.
I legami con la ‘ndrangheta e il sistema delle false fatture
Secondo gli investigatori, il primo filone d’indagine ruota attorno alla figura di un imprenditore edile attivo nelle Marche, indicato con le iniziali V.C., sul quale sarebbero emersi rapporti con ambienti della ‘ndrangheta reggina, in particolare con le famiglie Avignone e Crea.
Le società a lui riconducibili sarebbero state utilizzate sia per fornire manodopera nei cantieri della ricostruzione, sia per alimentare un articolato sistema di fatture false per circa 8 milioni di euro. Parte delle somme sarebbe poi stata retrocessa in contanti e destinata, secondo l’accusa, a esponenti delle cosche calabresi.
Per questo filone vengono contestati reati tributari, bancarotta fraudolenta e l’aggravante mafiosa prevista dall’articolo 416-bis.1 del codice penale.
Appalti nel cratere e presunte infiltrazioni dei Casalesi
Il secondo troncone investigativo riguarda un presunto sistema fraudolento finalizzato all’indebita percezione di finanziamenti pubblici destinati alla ricostruzione dopo il terremoto del 2016.
Al centro vi sarebbe un imprenditore marchigiano indicato come E.C., che, pur disponendo di personale insufficiente rispetto agli appalti ottenuti, avrebbe fatto ampio ricorso a subappalti affidati a soggetti collegati a organizzazioni criminali o destinatari di interdittive.
Le indagini avrebbero documentato l’inserimento nei cantieri della ricostruzione di imprese riconducibili a soggetti ritenuti contigui al clan dei Casalesi, fazione facente capo al boss Michele Zagaria, attraverso una rete di società formalmente intestate a prestanome.
Secondo la ricostruzione accusatoria, il sistema avrebbe consentito di aggirare i controlli antimafia e ottenere fraudolentemente l’iscrizione all’Anagrafe antimafia degli esecutori, requisito indispensabile per operare nella ricostruzione.
Coinvolti appalti per circa 200 milioni di euro
Gli inquirenti stimano che il meccanismo abbia consentito un’indebita allocazione di risorse pubbliche per circa 200 milioni di euro, somma corrispondente al valore dei contratti di appalto sottoscritti nell’ambito della ricostruzione privata.
In particolare, l’imprenditore ritenuto al centro dell’inchiesta avrebbe incassato circa 39 milioni di euro attraverso il cosiddetto “Sal 0”, l’anticipazione pari al 20% del valore delle opere prevista all’apertura dei cantieri. Altri 18 milioni sarebbero invece riconducibili alle società subappaltatrici coinvolte.
La Procura contesta il reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, aggravata dall’agevolazione delle organizzazioni mafiose.
Il filone della corruzione
Un terzo capitolo dell’inchiesta riguarda presunti episodi di corruzione e turbativa d’asta legati ad appalti pubblici e finanziamenti nei settori della sanità e dell’edilizia universitaria.
Le indagini hanno individuato quello che viene definito un vero e proprio “comitato d’affari”, composto da imprenditori, intermediari e soggetti inseriti in contesti istituzionali e amministrativi, accusati di orientare procedure pubbliche e ottenere vantaggi economici.
Tra gli indagati figura anche l’avvocato Fabio Pistarelli, ex capo di gabinetto della Presidenza della Regione Marche. Secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe percepito complessivamente 105 mila euro tra denaro contante e altre utilità, comprese opere di ristrutturazione edilizia, in cambio della propria attività di intermediazione e dell’accesso a informazioni riservate.
Gli investigatori contestano al gruppo di aver operato su procedure pubbliche per un valore complessivo superiore a 150 milioni di euro.
Studentato universitario, sanità e appalti pubblici
Fra le operazioni finite sotto la lente degli investigatori vi è la trasformazione di un ex monastero lesionato dal sisma in una residenza universitaria. L’immobile, acquistato anni prima per circa 2 milioni di euro e rivenduto nel 2024 per oltre 3,3 milioni, sarebbe stato successivamente interessato da lavori finanziati con circa 12 milioni di euro di fondi pubblici.
Gli accertamenti riguardano inoltre procedure relative a una struttura sanitaria nel Fermano, alla gestione dei servizi energetici della sanità marchigiana e ad appalti per l’Università di Camerino, sebbene per quest’ultimo filone il Tribunale di Ancona abbia dichiarato la propria incompetenza territoriale.
Le indagini hanno inoltre ricostruito flussi finanziari per circa 350 mila euro, formalmente giustificati da fatture per operazioni inesistenti, che secondo l’accusa sarebbero stati utilizzati per pagare tangenti.
Otto arresti e 51 indagati
Complessivamente risultano indagate 51 persone e 17 società. Per otto persone il Gip ha disposto la custodia cautelare in carcere, ritenendo sussistente il pericolo di reiterazione di reati aggravati dall’agevolazione di organizzazioni mafiose.
Il sequestro preventivo disposto dall’autorità giudiziaria ammonta a 56,8 milioni di euro per il presunto profitto della truffa aggravata e a ulteriori 257 mila euro per le contestazioni di corruzione.
L’autorità giudiziaria sottolinea che il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari, che le misure cautelari sono impugnabili e che per tutti gli indagati vale il principio costituzionale della presunzione di innocenza sino ad eventuale sentenza definitiva di condanna.


