L’ultimo Rapporto AlmaLaurea parla di occupazione ai massimi storici, ma anche di forti divari territoriali, differenze di genere e stipendi che faticano a tenere il passo con il costo della vita.
L’Italia dei laureati che incarna il paradosso. Da una parte, i numeri raccontano una delle stagioni migliori degli ultimi quindici anni. Dall’altra, emergono squilibri che continuano a dividere il Paese e che rischiano di limitare gli effetti positivi della crescita occupazionale.
A raccontarlo è il XXVIII Rapporto AlmaLaurea che certifica come il mercato del lavoro stia assorbendo i laureati italiani come non accadeva da tempo. A un anno dal conseguimento del titolo lavora quasi l’80% dei neolaureati. Dopo cinque anni la quota supera il 90%.
Sono livelli che fino a pochi anni fa apparivano difficili da raggiungere. La disoccupazione continua a diminuire, aumentano i contratti a tempo indeterminato e le retribuzioni tornano a crescere dopo gli anni segnati dall’inflazione.
Eppure la fotografia complessiva è meno rassicurante di quanto possa sembrare.
Un Paese che continua a funzionare a due velocità
Il dato più significativo dell’intero rapporto non riguarda probabilmente né l’occupazione né gli stipendi. Riguarda il territorio.
A parità di caratteristiche personali e formative, un laureato residente nel Nord Italia ha oltre il 40% di probabilità in più di essere occupato rispetto a un laureato residente nel Mezzogiorno. Anche l’università frequentata continua a fare la differenza: chi consegue il titolo in un ateneo del Nord beneficia di opportunità occupazionali nettamente superiori rispetto a chi studia nel Sud.
È la conferma che il divario territoriale italiano non si ferma davanti all’istruzione universitaria.
Anzi. La laurea aumenta le possibilità individuali, ma non riesce a neutralizzare le differenze strutturali tra le diverse aree del Paese. Il risultato è un fenomeno noto da anni: migliaia di giovani qualificati continuano a lasciare il Mezzogiorno per costruire altrove la propria carriera professionale.
L’università forma capitale umano che troppo spesso viene valorizzato lontano dai territori che lo hanno prodotto.
Nemmeno la laurea cancella il divario tra uomini e donne
C’è poi una distanza che continua a resistere anche tra i giovani più istruiti del Paese.
Secondo l’analisi di AlmaLaurea, a parità di condizioni, gli uomini presentano una probabilità di occupazione superiore del 13,3% rispetto alle donne. Il divario permane anche tenendo conto del percorso di studi, dei risultati universitari e delle altre caratteristiche individuali.
Si tratta di uno dei dati più significativi dell’intero rapporto perché mostra come le differenze di genere non siano riconducibili soltanto alle scelte formative. Anche tra persone che hanno investito anni nell’istruzione universitaria e che si affacciano sul mercato del lavoro con qualifiche elevate, le opportunità continuano a non essere distribuite in modo uniforme.
Il fenomeno assume un peso ancora maggiore se inserito nel contesto italiano, caratterizzato da uno dei più bassi tassi di occupazione femminile dell’Europa occidentale.
La laurea migliora sensibilmente le prospettive professionali delle donne, ma non riesce ancora ad annullare gli ostacoli strutturali che incidono sulle carriere femminili fin dall’ingresso nel mercato del lavoro.
La gerarchia delle lauree
Il rapporto conferma anche una tendenza ormai consolidata. Non tutte le lauree hanno lo stesso valore sul mercato del lavoro.
Le migliori performance occupazionali appartengono ai laureati delle discipline tecnico-scientifiche: ingegneria, informatica, tecnologie digitali, professioni sanitarie, economia.
Sono i settori che intercettano la domanda crescente delle imprese e della pubblica amministrazione. All’estremo opposto si collocano diversi percorsi umanistici e alcune professioni tradizionalmente molto frequentate, come psicologia o giurisprudenza, che mostrano tempi di inserimento più lunghi e maggiori difficoltà occupazionali.
La differenza non riguarda soltanto la probabilità di trovare un impiego, ma anche la velocità con cui ciò avviene e la qualità delle opportunità professionali disponibili.
Il mercato del lavoro italiano sembra premiare sempre di più le competenze immediatamente spendibili nei settori ad alta domanda, mentre fatica ad assorbire i laureati provenienti da percorsi formativi meno direttamente collegati alle esigenze delle imprese.
Gli stipendi crescono, ma restano lontani dalle aspettative
Sul fronte economico arrivano segnali incoraggianti ma non risolutivi.
La retribuzione netta media a un anno dalla laurea si attesta attorno ai 1.500 euro mensili. Si tratta di un aumento rispetto al 2023, ma il recupero segue anni in cui l’inflazione ha ridotto significativamente il potere d’acquisto dei giovani lavoratori.
Il problema è che l’aumento dell’occupazione non si traduce automaticamente in un salto di qualità delle retribuzioni.
Per molti neolaureati il primo impiego continua a rappresentare soprattutto una porta d’ingresso nel mercato del lavoro, più che il raggiungimento di una piena autonomia economica.
In un Paese in cui affitti, mutui e costo della vita continuano a crescere, il lavoro non sempre – o forse sarebbe meglio dire, quasi mai – garantisce indipendenza. La generazione precedente, quella dei genitori, continua così ad avere un ruolo fondamentale non solo nella trasmissione valoriale e di supporto per i propri figli, ma strutturale e decisiva nella costruzione del loro domani.
La generazione che non accetta più qualsiasi stipendio
Tra le novità più interessanti emerge un cambiamento nelle aspettative dei giovani.
Diminuisce la disponibilità ad accettare retribuzioni particolarmente basse e aumenta l’attenzione verso la qualità del lavoro, le prospettive di crescita professionale e la valorizzazione delle competenze acquisite.
È un dato che può essere letto come la conseguenza di una maggiore consapevolezza del valore della formazione universitaria. Ma racconta anche qualcosa di più profondo.
Negli ultimi anni i giovani laureati hanno attraversato la pandemia, l’impennata dell’inflazione, la crisi abitativa delle grandi città e un generale aumento del costo della vita. Molti di loro hanno compreso che un lavoro non garantisce automaticamente stabilità economica.
Per questo il salario torna a occupare un ruolo centrale nelle scelte professionali.
Il vecchio paradigma secondo cui bastava “entrare nel mercato del lavoro” sembra progressivamente perdere forza.
Le competenze che fanno la differenza
Il rapporto conferma inoltre che alcune esperienze aumentano significativamente le possibilità di trovare lavoro.
Studiare all’estero, lavorare durante l’università, laurearsi nei tempi previsti e possedere solide competenze informatiche rappresentano oggi fattori premianti. In particolare, la conoscenza degli strumenti digitali assume un ruolo sempre più centrale. Non è più una competenza aggiuntiva, ma una condizione quasi necessaria per migliorare la propria occupabilità.
Anche l’esperienza lavorativa maturata durante gli studi si rivela uno degli elementi più efficaci nel favorire l’ingresso nel mercato del lavoro, segno che le imprese continuano a privilegiare profili che abbiano già sviluppato competenze pratiche e familiarità con i contesti professionali.
La vera sfida non è trovare lavoro, ma ridurre le disuguaglianze
La fotografia scattata da AlmaLaurea racconta un mercato del lavoro in salute migliore rispetto al passato. Tuttavia mostra anche un sistema che continua a produrre profonde differenze tra territori, settori disciplinari e genere.
La crescita dell’occupazione è senza dubbio una buona notizia. Ma non basta a cancellare le distanze che separano Nord e Sud, uomini e donne, lauree fortemente richieste dal mercato e percorsi che faticano a trovare sbocchi adeguati.
Il Rapporto racconta senza dubbio di un Paese in cui la laurea continua a rappresentare uno dei migliori investimenti possibili per un giovane. Ma racconta anche un’Italia che seleziona ancora in base al luogo in cui si nasce, al tipo di studi che si scelgono e, in misura non trascurabile, al genere.
La vera grande sfida dei prossimi anni non sarà soltanto creare occupazione per i laureati. Sarà garantire lavori di qualità, valorizzare il capitale umano prodotto dalle università e ridurre quelle disuguaglianze che nemmeno il titolo di studio riesce ancora a superare.


