Memoir di un adottato coreano tra identità e radici
L’AUTORE
Due occhi che arrivano da lontano e si vede che guardano lontano; occhi dotati di una sensibilità non comune, da artista, perché Victor, il nome che ha scelto, è un artista di rara sensibilità, che da anni organizza eventi. Nato il 17 giugno del 1977 a Seul, Yang Han Chul cresce come Lorenzo, adottato da Jolita e Mauro, poi, all’età di quarantaquattro anni, sceglie di chiamarsi Victor.
IL LIBRO
Ci sono domande che alcune persone riescono a esprimere subito. Altre impiegano una vita intera per trovare il coraggio di raccontarle.
Per vvictor, nato a Seoul nel 1977 e adottato in Italia all’età di sei mesi, quel tempo è stato di quasi cinquant’anni. Da questo percorso nasce “vvictor 1977–2057”, un’autobiografia che non si limita a raccontare una storia personale, ma invita il lettore a interrogarsi sul significato dell’identità, delle radici e dell’appartenenza attraverso una prospettiva raramente raccontata.
Il libro nasce dall’esigenza di esprimere, con il tempo e la profondità che solo la scrittura può offrire, riflessioni che per molti anni l’autore non era riuscito a condividere a voce. Attraverso la propria esperienza di adottato internazionale, Victor affronta temi complessi con uno sguardo personale e privo di intenti ideologici. Il libro non pretende di rappresentare tutte le esperienze di adozione né di offrire risposte definitive. Propone invece una testimonianza autentica, lasciando al lettore la libertà di sviluppare le proprie riflessioni.
L’autore parte dalla propria storia per porre domande che riguardano ogni essere umano: chi siamo, quanto contano le nostre radici e quanto tempo siamo disposti ad aspettare prima di trovare il coraggio di essere veramente noi stessi.
Il libro si rivolge a chiunque sia disposto a confrontarsi con punti di vista diversi dai propri e a mettere in discussione ciò che spesso viene dato per scontato.
Più che offrire conclusioni, il libro desidera aprire un dialogo.

L’INTERVISTA
«Ho scritto il libro “vvictor 1977-2057) – ci ha anticipato – per mostrare l’altra faccia della medaglia dell’adozione. Poi racconto altre mie avventure di vita.»
«Una domanda è d’obbligo – ho pensato di chiedere – sei mai stato nel tuo paese di origine?»
«No, mi piacerebbe andarlo a visitare, ovviamente non per abitarci: per esempio, una cosa che mi viene in mente, avrei difficoltà con la lingua.»
«La curiosità di conoscere la tua famiglia di origine?»
«Da piccolo non l’avevo, la curiosità mi è venuta da grande. Se sono ancora in vita sarei curioso di conoscere i componenti di quella famiglia. Come accenno poi nel libro, ho fatto delle ricerche, pur non andando completamente a fondo, sull’argomento che riguarda i rapimenti, alla base di alcune adozioni. Dalla documentazione trovata, poi bisogna capire se sono notizie vere o false, ho scoperto che, proprio in quel 1977 si sono verificati alcuni rapimenti di bambini.»
«Che tu sappia, anche in Corea?”
«Sì, ma come ti dicevo prima, sono informazioni raccolte su internet, quindi andrebbero verificate. Alessia Zuppicchiatti, che ha curato la prefazione del libro, nella sua attività di influencer, ha proprio parlato di rapimenti di bambini accaduti in Italia.»
«Come ti è venuta l’idea di scrivere questo libro?»
«Ho scritto questo libro perché avevo bisogno di trovare le parole che per quasi cinquant’anni non ero riuscito a pronunciare. Le idee, i concetti, li avevo maturati da diversi anni, lo stimolo decisivo me l’ha dato mia zia Luisa Pastori, cugina di mia madre, originaria di Jesi, che vive con la sua famiglia a Belluno. Anche lei ha scritto un libro, “Il profumo dell’anima”: era venuta qui per presentarlo alla sua famiglia e ha trasmesso lei l’idea. Avevo già tanti concetti, ma ho capito che avevo bisogno di tempo, per poi esprimerli nella forma più adatta. Penso che in un racconto, ci siamo tante sfumature, che basta un niente, per cambiarne il significato. Vorrei far uscire il messaggio giusto.»
«Di cosa parla il libro?»
«Il tema principale è quello dell’adozione e dei problemi che ho trovato in questa società, soprattutto, inizialmente, più per l’aspetto estetico che per l’adozione.»
«Immagino che all’epoca non era abituale vedere persone con lineamenti orientali. Non è così?”
«In effetti sono stato il primo bambino straniero adottato a Jesi.»
«Oggi viviamo in una società multietnica. Consideri la globalizzazione un valore o un rischio?»
«Secondo me tutta questa globalizzazione porterà ad una perdita di identità. Ognuno ha il suo Dna.»
«Torniamo alla tua vita: con il passare del tempo, hai trovato delle porte chiuse, ad esempio per inserirti nel modo del lavoro?»
«Sì qualche porta chiusa l’ho trovata nel mondo del lavoro. Però mi considero fortunato, famiglia, amici, amore, sono stato sostenuto. Anche di questo parlo nel mio libro, soprattutto con l’attenzione rivolta a chi è stato meno fortunato. Ho scoperto che ci sono persone ancora in terapia, perché non sono riusciti a superare problemi, che sono diventati anche psicologici.»
Come non apprezzare, alla fine della chiacchierata con Victor, la frase che ha preceduto il saluto finale:
«Il libro non è lunghissimo, il mio desiderio è che venisse letto molto lentamente, una lentezza che possa contrastare la velocità con cui siamo costretti a vivere. Facciamo molte cose di fretta e male. Poi raramente abbiamo la capacità di tornare indietro e correggere gli errori.»

