Saturday 17 October, 2026
Home › Cultura › Stagione Lirica di Teatro Pergolesi: sotto il tabarro di Puccini, le ombre dell’animo umano

Il Trittico ha inaugurato la stagione lirica del Pergolesi di Jesi: tre opere che attraversano la violenza dei rapporti, il peso delle convenzioni e l’ironia come strumento per sovvertire l’ordine costituito

È stato il Trittico di Giacomo Puccini ad inaugurare, venerdì 9 ottobre, la 59ª Stagione Lirica di Tradizione del Teatro Pergolesi di Jesi. Un progetto che riunisce Il tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi, le tre opere in un atto che il compositore toscano concepì per essere rappresentate nella stessa serata, in un percorso che dalla tragedia approda al dramma spirituale e infine alla commedia.

Sul podio della FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana, Stefano Vignati ha diretto la produzione firmata da Paul-Émile Fourny, regista di un allestimento che accompagna il passaggio tra i tre diversi universi narrativi. In scena, tra gli interpreti principali, Massimo Cavalletti, Alessandra Di Giorgio, Giulio Pelligra, Arlene Miatto Albeldas e Francesca Maionchi, impegnati in personaggi che attraversano conflitti sentimentali, imposizioni morali e ambizioni personali.

A oltre un secolo dalla prima rappresentazione del Trittico, le vicende immaginate da Puccini continuano a offrire spunti di riflessione sul rapporto tra individuo e convenzioni sociali. Ma che cosa possono raccontarci oggi queste tre opere? Dalla gelosia che si trasforma in violenza alla morale che condanna chi trasgredisce, fino all’irriverenza di chi riesce a sovvertire l’ordine costituito, il percorso pucciniano mette a confronto modi diversi di affrontare la realtà e le sue contraddizioni.

Il tradimento e la colpa della donna

«Non temo a sfilare il coltello. Con gocce di sangue farti un gioiello». Sotto il Tabarro, la gelosia di Michele si traduce in una violenza che segna il tragico epilogo della relazione con Giorgetta. Massimo Cavalletti interpreta il marito, Alessandra Di Giorgio è la donna che cerca una via d’uscita da un rapporto ormai logorato, mentre Giulio Pelligra veste i panni di Luigi, lo scaricatore con cui Giorgetta intreccia una relazione.

La vicenda si sviluppa intorno al tradimento, ma la sua dimensione tragica risiede anche nel modo in cui viene interpretato. Michele scopre che la moglie ama un altro uomo e reagisce alla perdita trasformando la gelosia in una pretesa di possesso. La sofferenza del marito diventa il centro del dramma, mentre le ragioni di Giorgetta rimangono sullo sfondo di una relazione dalla quale la donna desidera allontanarsi.

Il tradimento è uno dei temi più ricorrenti nella narrazione sentimentale e, tradizionalmente, viene raccontato attraverso il dolore di chi lo subisce. La persona tradita diventa il protagonista della ferita, mentre chi ha scelto di allontanarsi viene spesso ricondotto alla propria colpa. Nel Tabarro, questa prospettiva si intreccia con una concezione dell’amore in cui il venir meno della fedeltà sembra legittimare qualsiasi reazione, fino alla violenza.

Ma Giorgetta non è soltanto una moglie infedele. È una donna che desidera una vita diversa, che non trova più nel rapporto con Michele la possibilità di realizzare le proprie aspirazioni. La sua scelta non cancella la sofferenza del marito, ma introduce un elemento che la sola logica della colpa non riesce a spiegare: una relazione può finire perché le persone che la compongono non sono più le stesse, perché cambiano i desideri e le aspettative, perché ciò che un tempo rappresentava una certezza smette di esserlo.

È una prospettiva che invita oggi, ad interrogarsi anche sulla responsabilità maschile. Perché il tradimento viene letto come un’offesa da punire, mentre la reazione violenta di chi lo subisce rischia di essere ricondotta alla disperazione? E quanto pesa, in questa interpretazione, l’idea che l’uomo tradito abbia perso qualcosa che gli apparteneva? È qui che il dramma di Puccini non si esaurisce nella tragedia di un triangolo amoroso. Mostra anche quanto possa essere distruttiva una concezione del legame sentimentale che non ammette la possibilità della separazione. Michele rimane ancorato alla propria idea di amore e reagisce alla sua dissoluzione senza riuscire a immaginare una realtà diversa. Giorgetta, invece, cerca di sottrarsi a una vita che non sente più propria, pagando il prezzo più alto per il tentativo di cambiare.

Suor Angelica: quando la morale diventa una condanna

In Suor Angelica, il conflitto si sposta dalla relazione di coppia alla famiglia, chiamata a difendere un ordine morale che non ammette eccezioni. Alessandra Di Giorgio interpreta la protagonista, la giovane donna di famiglia nobile che da sette anni vive in convento dopo aver avuto un figlio fuori dal matrimonio. A riportare il passato al centro della vicenda è la Zia Principessa, interpretata da Arlene Miatto Albeldas, arrivata per comunicarle la morte del bambino. Una figura che esercita la propria autorità in nome della reputazione familiare e delle convenzioni sociali. La sua presenza richiama l’immaginario della matrigna delle fiabe: un’antagonista inflessibile, convinta di agire per il bene della famiglia e incapace di riconoscere le ragioni di chi ha di fronte. La colpa di Angelica non è soltanto quella di aver avuto un figlio fuori dal matrimonio, ma di aver oltrepassato i confini che la società del suo tempo aveva stabilito per una donna della sua condizione.

La vita in convento rappresenta già la conseguenza di quella trasgressione. La notizia della morte del figlio rende definitiva una perdita che Angelica non ha mai potuto elaborare liberamente. La famiglia ha stabilito il prezzo della sua scelta e continua a richiamarla a quel debito morale, senza lasciare spazio alla possibilità di un riscatto.

È qui che il dramma assume una dimensione che supera il contesto religioso in cui si svolge. La morale, quando coincide con il rispetto incondizionato delle convenzioni, rischia di diventare uno strumento di esclusione. La Zia Principessa non mette in discussione il sistema che rappresenta, né contempla la possibilità che la nipote possa essere considerata al di fuori della propria colpa. Il confronto con il Tabarro si fa già, al finire della seconda opera, significativo. Giorgetta tenta di sottrarsi a una relazione che non la rappresenta più; Angelica, invece, vive le conseguenze di una scelta che la famiglia non le ha mai perdonato. In entrambi i casi, la vicenda di una donna viene giudicata attraverso regole stabilite da altri, che lasciano poco spazio alle sue ragioni e alla sua possibilità di autodeterminazione.

La distanza temporale che ci separa dall’opera non cancella la questione che Puccini porta in scena. Le forme del giudizio sociale cambiano, ma rimane attuale il conflitto tra le aspettative imposte dall’ambiente familiare e il diritto dell’individuo di costruire la propria vita. Suor Angelica mette in luce proprio questa frattura, mostrando le conseguenze di una morale incapace di distinguere tra il rispetto delle regole e la comprensione delle persone.

Gianni Schicchi: l’ironia contro l’ordine costituito

Con Gianni Schicchi, il Trittico trova la sua conclusione e cambia registro. La morte, che nei primi due drammi assume il significato di una conclusione tragica, diventa il punto di partenza di una commedia. La famiglia di Buoso Donati è riunita attorno al defunto, ma la preoccupazione dei parenti riguarda soprattutto l’eredità. È in questo contesto che entra in scena Gianni Schicchi, interpretato da Massimo Cavalletti, chiamato a trovare una soluzione che consenta di aggirare le disposizioni testamentarie.

Schicchi individua le debolezze dei Donati e le sfrutta con astuzia, sostituendosi al defunto per dettare un nuovo testamento. La beffa mette in luce le contraddizioni di una famiglia che rivendica diritti e privilegi, ma è disposta a manipolare le regole quando queste non corrispondono ai propri interessi.

Attorno al protagonista si muove un gruppo di personaggi ben caratterizzati, ciascuno con le proprie ambizioni e il proprio tornaconto. Arlene Miatto Albeldas interpreta Zita, Giulio Pelligra è Rinuccio e Francesca Maionchi veste i panni di Lauretta, al centro della vicenda sentimentale che accompagna quella dell’eredità. La coralità della commedia restituisce un mondo nel quale l’avidità si manifesta attraverso comportamenti grotteschi, rivalità e pretese individuali.

La forza di Gianni Schicchi sta nel rovesciamento delle aspettative. Chi dovrebbe difendere l’ordine familiare si rivela mosso dall’interesse personale, mentre un personaggio estraneo alla famiglia riesce a dominarne le dinamiche proprio perché ne comprende i meccanismi. Le regole non vengono rispettate in nome di un principio superiore, ma invocate quando possono garantire un vantaggio.

Schicchi non è un eroe senza ombre: agisce per interesse e non si sottrae alla logica dell’inganno. Eppure, la sua intelligenza finisce per smascherare l’ipocrisia di chi considera intoccabile un ordine dal quale si aspetta di trarre beneficio. La commedia mette così in discussione la legittimità di gerarchie che sembrano naturali soltanto perché sono consolidate dalla tradizione. È proprio questo aspetto a rendere interessante il confronto con le prime due opere. Nel Tabarro, Michele non riesce a immaginare una relazione diversa da quella che sta perdendo. In Suor Angelica, la famiglia difende una morale che non ammette deroghe e condanna chi se ne allontana. Schicchi, al contrario, non accetta passivamente le condizioni che gli vengono imposte: le osserva, ne riconosce le contraddizioni e trova il modo di sovvertirle per costruirsi un nuovo finale.

Se le prime due opere mostrano personaggi schiacciati da una concezione rigida dei rapporti e delle convenzioni, Gianni Schicchi mette in scena la possibilità di un cambiamento, anche quando questo nasce da un gesto ambiguo e tutt’altro che disinteressato. L’ironia raccontata come lo strumento attraverso cui rendere un po’ più fragili i drammi ell’esistenza. Un consiglio prezioso lasciato al pubblico, ancora oggi, alla chiusura dell’ultimo sipario.

Autore

Giorgia Clementi

Nata sotto il segno del leone, cresciuta nella capitale del Verdicchio. Dopo la maturità classica al Liceo Vittorio Emanuele II di Jesi scopro l'interesse per il mondo della comunicazione che scelgo di assecondare, dapprima con una triennale all'Università di Macerata, ed in seguito con una laurea magistrale in Giornalismo ed editoria all'Università di Parma. Spirito d'iniziativa, dinamismo, (e relativa modestia), i segni che mi contraddistinguono, insieme ad un amore unico per le bellezze del mio territorio. L'idea di fondare Capocronaca, insieme a Cristina, nasce all'inizio del 2023. Nelle sue fondamenta, la volontà di dare ai lettori una voce nuova da ascoltare e scoprire insieme a loro, cosa accade ogni giorno.