Bruno Taddia è protagonista della nuova produzione dell’opera di Donizetti, in scena il 30 e 31 ottobre per la 59ª Stagione Lirica. La regia di Italo Nunziata rilegge la commedia attraverso i cambiamenti sociali e culturali del boom economico
Un autosalone immerso nel bianco e nero, simbolo di un mondo legato a valori e certezze ormai destinati a cambiare. Poi l’irruzione del colore, della cultura pop e di una nuova generazione che mette in discussione le regole del passato. È l’ambientazione scelta per il nuovo allestimento di “Don Pasquale” di Gaetano Donizetti, in scena al Teatro Pergolesi di Jesi venerdì 30 e sabato 31 ottobre alle 20.30, nell’ambito della 59ª Stagione Lirica.
A vestire i panni del protagonista sarà il baritono Bruno Taddia, interprete di un personaggio che, dietro i meccanismi comici della vicenda, porta con sé il peso di un cambiamento epocale. La regia di Italo Nunziata sposta l’azione negli anni Sessanta, nel pieno del boom economico, trasformando Don Pasquale in un rigido proprietario di autosalone alle prese con una modernità che non riesce più a controllare.
La nuova produzione è realizzata dalla Fondazione Pergolesi Spontini insieme alla Fondazione Teatro Carlo Coccia di Novara e alla Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova, dove lo spettacolo sarà presentato dopo il debutto jesino. Sul podio salirà Danila Grassi, alla guida del Time Machine Ensemble. Scene e costumi sono firmati da Michela Costa e Simone Dalla Venezia, vincitori del Concorso Svoboda, mentre le luci sono curate da Oscar Frosio e Luca Asioli. Insieme a Taddia, il cast comprende Nikoletta Hertsak nel ruolo di Norina, Francesco Lucii in quello di Ernesto, Daniele Terenzi come dottor Malatesta e Kevin Baliviera come notaro. Partecipa alla produzione anche il Coro Ventidio Basso di Ascoli Piceno.
La “buffoneria triste” di Don Pasquale
Per Bruno Taddia, il protagonista dell’opera donizettiana non è soltanto un anziano gabbato, vittima di un matrimonio sbagliato, ma una figura che rappresenta il passaggio da un ordine sociale a un altro. Il baritono, già al Teatro Pergolesi nel 2024 come Licinio ne “La vestale” di Spontini e reduce da esperienze internazionali, individua proprio in questa dimensione il nucleo interpretativo del personaggio.
«Don Pasquale è il protagonista di quella che all’epoca fu descritta come una “buffoneria triste”», spiega Taddia, sottolineando come la critica avesse colto, dietro la comicità, una riflessione più profonda. «“Pasquale” significa passaggio: nell’interpretare questo personaggio dobbiamo quindi capire in che termini esso va inteso. E in che termini il protagonista ci dice “È finita…”. Poi, certo, è un dramma buffo. Dramma, appunto…».
La frase «È finita…» assume così un significato che va oltre il fallimento del matrimonio con Norina. È il momento in cui Don Pasquale prende atto della fine del proprio mondo, delle sicurezze materiali e morali su cui ha costruito la sua esistenza. La trasformazione del personaggio diventa il riflesso di un cambiamento collettivo, in cui il vecchio ordine lascia spazio a nuovi modelli di comportamento e di relazione.
Gli anni Sessanta tra televisione, consumi e nuove libertà
La scelta degli anni Sessanta nasce, secondo il regista Italo Nunziata, dal ritmo stesso dell’opera: un vortice musicale e narrativo che richiama un decennio segnato da trasformazioni profonde. «Tutto era nuovo, tutto era veloce, tutto era possibile con un ascensore sociale sempre in movimento», racconta, descrivendo un periodo che ha modificato il volto del Paese.
Le strade si riempiono di automobili, i giovani contestano le regole familiari e le donne conquistano nuovi spazi di autonomia lavorativa e decisionale. È questo scenario a fare da sfondo allo scontro tra Don Pasquale e Norina, incarnazione di una generazione che non intende più sottostare alle convenzioni del passato.
Anche la costruzione visiva dello spettacolo segue questa contrapposizione. Il bianco e nero richiama la televisione dell’epoca e l’immobilità del protagonista; il colore, la moda e l’estetica pop accompagnano invece l’ingresso della modernità. «Abbiamo deciso di ambientare nei magnifici anni Sessanta la parte visiva dello spettacolo», spiega Nunziata, richiamando anche la moda optical e il linguaggio delle trasmissioni televisive musicali del periodo.
Gli interpreti sembrano così incontrarsi poco prima della messa in onda di uno spettacolo televisivo, dando vita ai movimenti e all’azione con l’arrivo della musica. Una scelta che unisce il riferimento alla cultura popolare dell’epoca alla struttura teatrale dell’opera, facendo della scena non soltanto uno sfondo, ma uno strumento per raccontare il conflitto tra generazioni.
Nel nuovo “Don Pasquale”, la commedia di Donizetti conserva il suo ritmo brillante, ma lascia emergere una domanda ancora attuale: che cosa accade quando un mondo cambia più velocemente di chi lo abita? La risposta prende forma nel percorso del protagonista, costretto a confrontarsi con una modernità che prima lo disorienta e poi lo supera.

