Friday 14 June, 2024
HomeAttualitàJesi 1740. La protesta dei pescivendoli

Oggi il pesce è un cibo molto di moda; anche perché risponde bene alle tendenze dietetiche contemporanee di molti consumatori che lo ritengono un cibo leggero e di rapida digeribilità.

Ma il pesce, specie in Italia, è stato sempre mangiato; identificandosi per secoli con l’idea di sacrificio e penitenza. Infatti la Chiesa, fin dal Medio Evo, introdusse l’obbligo di astenersi dalla carne per un certo numero di giorni dell’anno: i quaranta giorni precedenti la Pasqua (la Quaresima), e della settimana: il mercoledì, il venerdì e talvolta il sabato.

In definitiva, per quasi un terzo dell’anno la normativa religiosa imponeva di astenersi dalla carne, da 140 a 160 giorni.

Ma il pesce veniva consumato non solo nei giorni di magro, cioè di vigilia e di Quaresima,  ma anche, e ad un prezzo inferiore, nei giorni di grasso.

Nel Settecento, i miglioramenti economici determinati dal forte incremento delle rendite fondiarie e dallo sviluppo dei commerci, sebbene ne godessero in massima parte le classi dominanti, permisero comunque un notevole incremento demografico, che portò la popolazione di Jesi a sfiorare le 12.000 unità (21.000 il Contado).

Da tutto ciò si deduce la notevole quantità di pesce (ma non solo) che doveva affluire in città per far fronte ad una sempre maggiore richiesta.

Ma nel 1740 accadono in città dei disordini proprio intorno alla compra e alla vendita del pesce. Le denunce giurate di tutto il personale preposto a questa attività (proprietari di barche, pescatori o marinai, commercianti del pesce e vetturini), che frequentano da decenni la piazza di Jesi, toccano due importanti aspetti del problema: il rifiuto del nuovo locale assegnato dal Governatore della città per la vendita del pesce e gli abusi gravissimi intollerabili a Causa di quel minore prezzo per cui pretendono comprare, ed attualmente comprano il Pesce le classi sociali privilegiate.

Partiamo da quest’ultima denuncia, che è la causa prima dei disordini. Era diventata consuetudine che il pesce acquistato dal Magistrato venisse pagato un baiocco di meno a libra (1 libra corrisponde a g. 453,6) del prezzo di stima che ogni bimestre veniva pubblicamente fissato dal Gonfaloniere. Di conseguenza, i Governatori e i Vescovi, non volendo godere di minori privilegi, pretendevano lo stesso sconto per il pesce della loro mensa ed anche per quello, sia fresco che marinato, che intendevano regalare.

Non solo, ma questo stesso sconto di un baiocco per libra si dilatò poco a poco, tanto che godevano di questo defalco Prelati, Vicari e pro Vicari (dei Governatori), Luogotenenti, Segretari, Cappellani, Camerieri, Maestri di Cerimonia, Caudatari, Cancellieri, Cocchieri, Servitori, Cuochi ed altri loro familiari; non contenti di ciò, alcuni di essi ne facevano ancora negozio rivendendolo ad altri.

Per questo motivo, finchè non venne eliminato questo illecito profitto, la quantità di pesce che giungeva sul mercato di Jesi era minore della richiesta. I pescivendoli, infatti, preferivano vendere il loro prodotto in piazze più redditizie e con meno imposte, come quelle presso la Rocca alla foce dell’Esino o di fronte alla Abbazia di Chiaravalle.

Torniamo adesso al primo punto della vertenza: l’editto emanato dal Governatore, per il tramite del Magistrato della città, il 17 marzo 1740, che obbligava la vendita del pesce all’interno del locale vicino ai Macelli. Questo locale, fin dal 1695, era stato destinato alla vendita del pesce ma i pescivendoli, fino ad ora, non l’avevano mai utilizzato, preferendo venderlo al largo della Piazza (della Morte) nella quale è il comodo delle contigue (due) Logge coperte per ripararlo dall’acqua …e dal sole. Infatti i pescivendoli, ma anche molti cittadini, ritenevano questo Casino (locale) alto un uomo, angustissimo in tutte le sue parti, voltato alla levata del Sole, annesso da una parte alli pubblici Macelli, donde spira un continuo cattivo odore, e…attorniato da mille immondezze, inadatto per questo tipo esercizio commerciale e pericoloso per il pesce stesso. Ci fu anche la proposta di costruire in città una apposita Pescheria, che sarebbe stata la prima nella Regione, ma l’alto costo dell’opera escluse questa ipotesi.

Non sappiamo se la vendita del pesce sia continuata all’aperto o in quel locale assegnato dalle autorità cittadine.

Il disegno di una pianta del 1790 con al centro Piazza della Morte, delinea, all’interno dell’area destinata al nuovo Teatro, i due spazi che occupavano rispettivamente la Pescheria e i Macelli, le cui indicazioni sono seguite dalla dicitura “da demolire”.

Il 1 aprile 1862 verrà inaugurato l’edificio adibito a “Beccheria, Pescheria e Mattatoio”, oggi noto come “Mercato delle Erbe”.

Contributo del già professor Attilio Coltorti

Autore

Cristina Carnevali

Di professione avvocato, fondatrice di capocronaca.it. Già collaboratrice e direttore editoriale per realtà locali, vincitrice del Premio giornalistico "Giuseppe Luconi" 2020 nella sezione "quotidiani on line delle Marche", oggi guida della redazione di capocronaca.it. Appassionata di sport, ha fatto i primi servizi sul campo, per poi occuparsi a 360° dell'editoria e della comunicazione.