Una doccia gelata, per quanto l’aria di crisi si respirasse ormai da mesi. Il gruppo svedese Electrolux ha calato la scure sulle proprie attività in Italia, presentando un drastico piano di ristrutturazione aziendale che prevede ben 1.700 esuberi a livello nazionale (quasi il 40% della forza lavoro complessiva nel Paese). Ma il colpo più duro, definitivo e senza appello, è stato riservato alle Marche: la chiusura totale dello stabilimento di Cerreto d’Esi.
Per il sito marchigiano, specializzato nella produzione di cappe da cucina di alta gamma (con un volume di circa 77mila unità nel 2025), non si parla di ammortizzatori sociali o contratti di solidarietà, ma della fine della linea. La decisione mette a immediato rischio 170 posti di lavoro diretti, a cui va sommato l’impatto, ancora difficile da quantificare ma certamente pesante, su tutto l’indotto locale.
Un territorio già ferito: lo spettro della desertificazione industriale
La notizia della chiusura di Cerreto d’Esi arriva come il classico sale su una ferita aperta. Il distretto fabrianese, storico cuore pulsante del “Made in Italy” della sesta cella e del bianco, sta già affrontando le durissime complessità legate alla crisi della ex Whirlpool (oggi Beko Europe).
Dietro la freddezza dei numeri ci sono storie di intere famiglie: tra i lavoratori del sito di Cerreto si contano diverse coppie, marito e moglie, il cui reddito dipende interamente dalle sorti della fabbrica. Se il piano dovesse concretizzarsi entro la fine del 2026, come auspicato dai vertici societari, l’impatto sociale per la comunità locale e regionale rischia di essere devastante.
Le ragioni del Gruppo: la trappola dei costi strutturali e la concorrenza asiatica
Dal quartier generale di Stoccolma e dai tavoli sindacali nazionali emerge un quadro economico globale fortemente deteriorato. Il settore degli elettrodomestici in Europa soffre da anni a causa di una domanda persistentemente debole sul mercato interno. Ma forse la scure risiede nella pressione competitiva insostenibile, guidata principalmente dai colossi asiatici (Cina in primis) capaci di operare a costi di produzione nettamente inferiori. A peggiorare il quadro pesa il rincaro delle materie prime (come l’acciaio) e i costi energetici strutturalmente più alti in Europa rispetto ad altri continenti.
Nonostante AB Electrolux abbia chiuso il bilancio 2025 registrando un leggero miglioramento rispetto alle forti perdite del 2024, i conti restano sotto pressione, costringendo il gruppo a piani di ricapitalizzazione e a una drastica “ottimizzazione della capacità industriale globale”. Una cura lacrime e sangue che, dopo aver colpito siti in Ungheria e Cile, ora flagella l’Italia.
La reazione di sindacati e politica: fronte comune contro il piano
La reazione del tessuto sindacale è stata immediata e perentoria. Fim, Fiom e Uilm hanno giudicato il piano industriale “totalmente inaccettabile e offensivo” per il territorio, proclamando lo stato di agitazione permanente e un pacchetto di 8 ore di sciopero nazionale da declinare nei vari stabilimenti. I lavoratori di Cerreto d’Esi hanno subito incrociato le braccia, presidiando i cancelli della fabbrica.
Anche le istituzioni si sono mosse rapidamente per fare muro.
La Regione Marche, guidata dal presidente Francesco Acquaroli, si è schierata apertamente a fianco dei lavoratori, incontrando le RSU e sottolineando che “le crisi globali non possono diventare una scusa per cancellare unilateralmente patti e storie industriali”.
Il Governo Nazionale, tramite il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), si è attivato immediatamente. Il ministro Adolfo Urso e la sottosegretaria Mara Bizzotto hanno ufficialmente convocato un tavolo istituzionale d’urgenza per il prossimo lunedì 25 maggio a Roma.
Il countdown è ufficialmente iniziato. Al tavolo del Mimit siederanno i vertici di Electrolux, i sindacati nazionali e i rappresentanti delle regioni coinvolte (oltre alle Marche, i tagli colpiranno duramente anche i poli di Forlì, Porcia, Susegana e Solaro).
L’obiettivo delle istituzioni e delle parti sociali è chiaro: costringere la multinazionale svedese a ritirare il piano di chiusura, congelare i licenziamenti e avviare una discussione su una reale riconversione o salvaguardia del sito. La partita di Cerreto d’Esi non è solo una vertenza aziendale, ma una battaglia cruciale per la sopravvivenza manifatturiera di un intero distretto. I prossimi giorni saranno decisivi per capire se esiste ancora un margine di trattativa o se il destino dello stabilimento marchigiano è ormai segnato.



