VERONA / ROMA – Un’imponente azione di contrasto al traffico illecito di beni culturali ha portato allo smantellamento di una strutturata organizzazione criminale dedita al saccheggio e alla ricettazione di patrimonio archeologico italiano. L’Operazione “Eridanos”, condotta dal Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale (TPC) di Roma, si è conclusa con l’esecuzione di otto decreti di perquisizione nei confronti di altrettanti indagati residenti tra Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.
Gli indagati sono ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati di furto e ricettazione di beni culturali (artt. 518-bis e 518-quater del Codice Penale) e di ricerche archeologiche non autorizzate (art. 175 D.Lgs. 42/2004).
La maxi operazione sul territorio
L’intervento, scattato il 13 ottobre 2026, è stato coordinato dalla Procura della Repubblica di Verona. Per la fase esecutiva, i militari del TPC di Roma si sono avvalsi del supporto dei Nuclei TPC territoriali di Venezia, Udine, Monza e Bologna, oltre ai Comandi Provinciali dell’Arma di Verona, Rovigo, Mantova e Rimini.
L’indagine trae origine dal costante monitoraggio del web avviato nel marzo 2026 dai Carabinieri specializzati del TPC. Gli investigatori avevano individuato transazioni anomale da parte di un utente attivo su una nota piattaforma di e-commerce. L’uomo vendeva online lotti di monete antiche di provenienza clandestina, mascherandole con inserzioni generiche per spedirle in totale anonimato ad acquirenti italiani e stranieri.
La svolta decisiva si è avuta il 15 giugno 2026, quando una prima perquisizione presso il domicilio del venditore ha permesso di sequestrare diversi reperti e strumenti da scavo, confermando i sospetti e consentendo di mappare la rete criminale sottostante.
Il modus operandi: tecnologia, studio storico e complicità locali
Gli accertamenti investigativi hanno svelato una vera e propria filiera criminale organizzata nei minimi dettagli, con compiti ben definiti:
- La pianificazione: I membri del gruppo studiavano testi di storia e incrociavano dati storici con coordinate GPS per individuare siti archeologici non ancora vincolati.
- Le ricerche sul campo: Le battute notturne si concentravano tra il Veronese, il Mantovano e l’asta del Canal Bianco nel Rodigino.
- I “basisti”: L’organizzazione si avvaleva di figure locali che segnalavano i campi agricoli appena arati (condizione ottimale per l’uso dei metal detector) e indicavano le zone prive di controlli delle Forze dell’Ordine.
- La ricettazione locale: Oltre alla vendita sul web, il gruppo faceva riferimento a un esercizio commerciale compiacente nel Mantovano, utilizzato come canale di stima, stoccaggio e monetizzazione dei beni sottratti.
Il bottino recuperato dai Carabinieri TPC
L’operazione ha consentito di recuperare e sottrarre al mercato clandestino un ingente quantitativo di reperti di straordinario valore storico e archeologico:
- 400 tessere musive, appartenenti a pavimentazioni in mosaico di epoca romana;
- 311 monete antiche in metallo di varie epoche e dimensioni;
- 1 sculptura in bronzo raffigurante la divinità di Giove;
- 489 reperti archeologici in metallo e ceramica (tra cui fibule, borchie, anelli e frammenti fittili);
- 30 selci lavorate di epoca preistorica/protostorica;
- Attrezzatura tecnica: 5 metal detector professionali, 3 pin pointer e svariati arnesi da scavo.


