Tanti amici ex compagni di squadra scesi in campo con lui
Ha scelto la curva intitolata a Sergio Trozzi, piena come da tanto tempo non si vedeva, per il taglio di una torta appositamente creata per l’addio alla Jesina, dopo tanti anni con indosso la maglia biancorossa. Poi con il megafono in mano, dagli spalti ha ringraziato non solo i tifosi, ma anche tutti coloro che lo hanno aiutato e sostenuto. Tanti gli ex compagni di squadra che hanno raccolto il suo invito, segno dell’affetto e della stima che ha raccolto da quel lontano campionato 2014/2015 in cui divenne un leoncello. Presenti anche ex allenatori (Ciampelli e Fenucci), ex dirigenti, ex presidente (Polita), ex massaggiatori, tutti ex è vero, con i quali ha però mantenuto un rapporto davvero solido in questi anni. E la lista di coloro che hanno partecipato è così lunga, che si rischia di dimenticarne qualcuno.
Significative le dichiarazioni di Davide Ciampelli, venuto appositamente da Perugia: «Tornando qua a Jesi oggi, attraversando la città, ho riprovato le stesse emozioni di quando sono andato via, e il rammarico anche di non aver potuto continuare un percorso bellissimo. Quella squadra lì, guardandola a posteriori, rappresentava la città. Fu la mia prima esperienza in una prima squadra. Sono legato a questa città da ricordi professionali e personali indelebili. Trudo è stato un calciatore ed un uomo speciale, è stato per me un punto di riferimento in campo, come credo di esserlo stato io per lui. Eravamo quasi coetanei, e il rapporto che si è creato con lui e le nostre famiglie rimarrà, indipendentemente dal calcio, ed era giusto oggi per me essere qua. Jesi è una piazza speciale che vive di calcio, ha questo sport nel suo DNA. Seguo sempre la Jesina, e posso solo augurare il meglio a questi tifosi e a questa squadra».
Nella partita amichevole, Trudo ha giocato per metà del tempo con una squadra, per metà con l’altra, a fianco del piccolo Liam, suo figlio, un peperino, che a suon di dribbling, ha messo due volte la palla in rete, proprio davanti alla curva in cui papà Kevin festeggiava i suoi gol. Forse un segno del destino, un passaggio di consegne da padre in figlio?

