Sono state oltre 300 mila le visualizzazioni ottenute dall’ultima puntata di Falsissimo poche ore dopo la pubblicazione nel canale Youtube gestito da Fabrizio Corona. Parte di una saga seguitissima, quella intitolata “Il prezzo del successo”, che sta tenendo incollati spettatori a storie di Mediaset, conduttori e volti noti del piccolo schermo. Le puntate sono state viste per settimane, il pubblico sa che, ad ogni episodio, un tassello verrà aggiunto al puzzle finale. Quando tutto sarà svelato, quel mondo, quei personaggi da prima serata, non saranno più visti con gli stessi occhi. Un gossip che svela, finalmente, dando una risposta inconfutabile a pettegolezzi da sempre sospettati. Poi Meta chiude tutti i profili del conduttore. Le puntate di Falsissimo rimosse, ed ecco che subito, il pubblico aspetta che il re dei paparazzi si inventi un nuovo canale per poter “continuare a sapere”.
È questa la volontà che riesce ad attivare le persone. Non è semplice curiosità. È un sentire che va oltre, che deve essere appagato. Un dover sapere per dimostrare a se stessi o ad altri di avere ragione. Un dover sapere per chiarire la giusta valutazione da dare a qualcuno. Una verità da raggiungere per leggere meglio il mondo. È questo ciò che rende tutti dei “Cari e gentili lettori”, come suggerirebbe la protagonista di un’altra serie che fa del pettegolezzo il proprio motore e che in questi giorni ha riportato avanti allo schermo spettatori appassionati e desiderosi di conoscere le sorti dei Bridgerton.
Esempi diversi. Una storia ambientata nella realtà e l’altra nella finzione letteraria. Una nell’attualità e l’altra in un’Inghilterra vittoriana fatta di balli suntuosi, dame e gentiluomini. Ma è lo scandalo, il pettegolezzo a fare da comun denominatore. La nostra attenzione si accende per le vite altrui. Non ci interessa solo la moda o il romance; ciò che cattura davvero lo sguardo è la storia, il dettaglio, la caduta o la risalita di una reputazione. Oggi, come all’origine della società umana.
Il gossip come strumento sociale
Antropologi e psicologi hanno infatti sottolineato come il gossip non sia semplicemente “parlare alle spalle degli altri”, ma un processo comunicativo informale che veicola informazioni valutative su persone assenti. Un’Antropologia del pettegolezzo che suggerisce come la pratica di fare gossip non consista in un passatempo frivolo, ma in una delle più antiche istituzioni sociali della specie umana.
Robin Dunbar, noto studioso di evoluzione sociale, ha evidenziato come esso abbia addirittura permesso ai nostri antenati di scambiarsi informazioni vitali per la sopravvivenza in comunità complesse: sapere chi fosse affidabile, chi rappresentasse un pericolo o chi potesse diventare un alleato era essenziale per orientarsi nel gruppo. In un certo senso, il pettegolezzo è stato uno dei primi strumenti di “rete sociale”, un modo per costruire e mantenere legami e fiducia.
Piacere e legami: perché ci coinvolge
Il suo fascino non si esaurisce con l’evoluzione culturale: entra anche nella sfera psicologica e sociale. Parlare di qualcuno, condividere informazioni o commentare comportamenti, errori o successi, aiuta a creare complicità, a consolidare relazioni e a rafforzare il senso di appartenenza ad un gruppo.
Come osservava lo psicologo Joseph B. Berger, il pettegolezzo permette di delineare norme sociali implicite, di confrontarsi con i propri valori e di comprendere meglio chi ci circonda. Anche quando sembra banale o frivolo, condividere le ultime notizie rafforza i legami, stimola discussioni e fornisce un contesto entro cui orientarsi.
Un fenomeno umano, prima ancora che mediatico
Con la stampa, i rotocalchi e poi i social network, il gossip si è evoluto ma ha mantenuto le stesse dinamiche fondamentali. Dalle rubriche scandalistiche degli anni ’30 ai post virali su Instagram, ciò che cattura la nostra attenzione resta sempre lo stesso: storie umane, conflitti, segreti, scandali. La differenza è nella tecnologia: mentre Lady Whistledown usava penne e carta, noi lo facciamo con click, reazioni e condivisioni che possono coinvolgere milioni di persone in pochi minuti.
Bridgerton ci ricorda, in fondo, che la reputazione è centrale in una società piccola e chiusa: ogni azione viene osservata e giudicata. Nel nostro mondo digitale, la stessa logica è amplificata, e la curiosità verso le vite altrui si trasforma in dibattito pubblico globale.
Edward Gibbon, osservando la società europea, sottolineava l’importanza della reputazione come “moneta” sociale: sapere chi rispettava le norme e chi invece tradiva la fiducia era cruciale per sopravvivere e prosperare. Forse, quindi, il fascino di Bridgerton, del caso Corona o del gossip che scorre nei social non è superficiale. È un bisogno umano antico e persistente: comprendere le relazioni, orientarsi tra regole implicite, osservare le dinamiche di potere e reputazione, e, attraverso le storie degli altri, imparare qualcosa sul mondo e su noi stessi. Non è solo intrattenimento. È uno specchio della vita sociale, antico quanto l’umanità stessa.


