Monday 26 January, 2026
HomeAttualitàVita da smartphone: sono più i rischi o i benefici?

Dall’infanzia agli adulti, un incontro a Moie racconta come la tecnologia influisce su attenzione, creatività e relazioni.

Non vi è alcuna nuova scoperta che non abbia fatto perdere qualcosa all’umanità. Una tecnologia viene pensata, elaborata, costruita e consegnata, modifica vite ed abitudini, segna un confine tra ieri e domani. Magari non se ne conoscono ancora bene tutte le potenzialità, ma la cosa certa, è che il mondo, dalla sua comparsa, è cambiato. Ma che prezzo ha avuto tale sacrificio della tradizione sull’innovazione? E soprattutto, ne è valsa la pena?

Da tale considerazione ha avuto inizio l’incontro svoltosi alla Biblioteca La Fornace lo scorso venerdì, 23 gennaio. Protagonisti dell’incontro “Vita da smartphone”, il sociologo e giornalista Marco Moglie e lo psicomotricista Pietro Carbone che, da punti di vista differenti, hanno disegnato il gap tra benefici e problematiche, raccontando quanto si sia perso e guadagnato con l’arrivo dello smartphone e dell’intelligenza artificiale nelle vite dei bambini e degli adulti, lasciando al numeroso pubblico presente l’ardua sentenza: nel nostro rapporto con la tecnologia, abbiamo perso più di quanto abbiamo guadagnato?

La tecnologia non è il problema, lo è il suo uso

Moglie ha iniziato spostando l’attenzione dalla demonizzazione dello strumento alla responsabilità di chi lo utilizza. “Il problema non è lo smartphone in sé: è una tecnologia, e come tale può anche salvare la vita“, ha ricordato citando un intervento chirurgico effettuato a distanza, da Tokyo all’ospedale di Torrette. “La tecnologia ci aiuta, se la usiamo bene. Altrimenti accade esattamente il contrario“.
Da anni impegnato in incontri pubblici su questi temi, Moglie ha sottolineato come la comunità scientifica internazionale sia ormai concorde nel ritenere che oggi, nel rapporto con la tecnologia, si stia perdendo più di quanto si guadagni. “Ogni scoperta scientifica ha sempre comportato una perdita. La differenza è che oggi il divario tra benefici e costi si è ampliato enormemente, e per la prima volta gli aspetti negativi sembrano superare i positivi“.

Scuola e attenzione

A supporto di questa tesi, Moglie ha portato esempi concreti dal mondo dell’educazione. Durante un incontro con educatori dell’infanzia, un insegnante ha raccontato di bambini che arrivavano con un iPad, aspettandosi che l’insegnante parlasse direttamente attraverso lo schermo. In un liceo di Recanati, invece, un’insegnante ha osservato che ciò che prima si spiegava in un’ora di lezione ora ne richiede cinque. “Le capacità di ascolto e attenzione sono crollate“, ha spiegato Moglie, “e i ricoveri in neuropsichiatria infantile sono aumentati in modo incredibile“.
Secondo il sociologo, più tempo il cervello passa davanti allo schermo, più aumenta la competenza nell’uso dello strumento, ma a discapito della realtà e della vita sociale. “Diventiamo sempre meno adeguati alla realtà, più insicuri, con autostima ridotta. Nei ragazzini, lo sviluppo cerebrale può essere compromesso, mentre la creatività e il ragionamento diminuiscono“.

L’impatto sulla società e la polarizzazione digitale

Oltre agli effetti cognitivi, Moglie ha sottolineato le conseguenze sociali. La comunicazione digitale porta a polarizzazione, estremizzazione e asocialità. “Siamo divisi su tutto: o ami o odi. Non ci sono più le sfumature“, ha spiegato. Questo genera aggressività, diminuzione delle competenze comunicative, perdita di gestualità e mimica facciale, sedentarietà e isolamento.
Un percorso iniziato con la televisione e amplificato oggi dallo smartphone. “I fatti di cronaca che vediamo non sono eccezioni, ma riproduzioni di comportamenti spettacolarizzati“, ha detto Moglie, ricordando che perfino l’inventore della rete ha ammesso di trovarsi in un punto di non ritorno.

Il gioco, una cosa seria

A completare il quadro, Pietro Carbone ha portato l’attenzione sul mondo dell’infanzia. “Ci dimentichiamo che il gioco è una cosa seria“, ha affermato. “È il lavoro dei bambini, il luogo in cui costruiscono la loro identità“. Un processo che richiede presenza, osservazione e riconoscimento.
Carbone ha raccontato l’episodio di una bambina che gli chiese se avesse un cellulare, notando che mentre lei giocava, lui non lo usava. “Quella bambina stava dicendo che qualcuno stava davvero osservando i suoi movimenti, e che fuori da lì questo spesso non accade“.
Lo smartphone, ha spiegato, sostituisce esperienze fondamentali: motricità, percezione tattile, autoregolazione emotiva. “I bambini perdono la capacità di riconoscere i propri bisogni, dalla fame al sonno, fino alle emozioni più complesse. Pensate al momento del pasto – ha aggiunto – se il bambino è distratto dallo schermo perderà tutta una serie di esperienze fondamentali. Sarà distratto e non concentrato sugli odori, sul sapore del cibo, sul senso di fame o sazietà“. Gli effetti si riflettono sul linguaggio, lo sviluppo bucco-facciale, il sonno e sul piano emotivo-comportamentale: ansia, solitudine, bassa autostima e difficoltà di attenzione e concentrazione.
Per questo, ha spiegato, “fino ai 2 anni, è sicuramente sconsigliato. Poi vanno messe delle regole. Togliere un accesso diretto al dispositivo, ad esempio. Integrarli nella quotidianità ma in maniera controllata”.

Tornare a ragionare ed emozionarsi

Dunque, cosa fare? Non si tratta di demonizzare la tecnologia, concordano gli esperti. “Ma deve essere governata e utilizzata quando serve. Un genitore non dovrebbe chiedersi quante ore il figlio può usare il telefono, ma se in quel momento serve davvero“. Fondamentale poi, il ritorno al ragionamento. Le persone sono alla costante ricerca di risposte immediate, spesso rivolte all’intelligenza artificiale perché essa conferisce una risposta già fatta, che non deve essere pensata. Questo vale nella quotidianità familiare, scolastica e degli affetti.

Tra le possibili strategie, citati progetti come i “Patti digitali” in Emilia-Romagna, che prevedono accordi tra genitori sull’uso dei dispositivi. “Non si tratta di fragilità solo dei ragazzi: i genitori sono vittime quanto i figli“, ha concluso Moglie. “Serve una controrivoluzione culturale, se non vogliamo continuare a perdere l’intelligenza – e l’umanità – delle future generazioni“. Al contempo, come ricordato da Carbone in conclusione, “dobbiamo riabituarci a trasmettere entusiasmo. La vera innovazione rimane, come sempre, nella persona. Per questo vanno coltivate le qualità umane e relazionali che portano al vero sviluppo dell’individuo. Riprendere ad emozionarci e ad emozionare, come di sicuro non potrà mai fare l’intelligenza artificiale“.

Autore

Giorgia Clementi

Nata sotto il segno del leone, cresciuta nella capitale del Verdicchio. Dopo la maturità classica al Liceo Vittorio Emanuele II di Jesi scopro l'interesse per il mondo della comunicazione che scelgo di assecondare, dapprima con una triennale all'Università di Macerata, ed in seguito con una laurea magistrale in Giornalismo ed editoria all'Università di Parma. Spirito d'iniziativa, dinamismo, (e relativa modestia), i segni che mi contraddistinguono, insieme ad un amore unico per le bellezze del mio territorio. L'idea di fondare Capocronaca, insieme a Cristina, nasce all'inizio del 2023. Nelle sue fondamenta, la volontà di dare ai lettori una voce nuova da ascoltare e scoprire insieme a loro, cosa accade ogni giorno.